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Convegno nazionale su imprenditoria senior e desertificazione commerciale promosso da Fondazione 50&Più ETS e Fondazione Giuseppe Orlando ETS

Il valore dell'esperienza civile ed economica degli imprenditori senior

GLI INTERVENTI DEI RELATORI

Marisa Tiberio
Presidente
Fondazione
Giuseppe Orlando ETS

Sebastiano Casu
Presidente
Fondazione
50&Più ETS

Pierluigi Ascani
Presidente
Società di Ricerca
Format Research

Valeria Baglio
Assessora
alle Attività Produttive
del Comune di Roma

Ines Di Lelio
e Chiara Cuomo

Titolari del Ristorante
“Il vero Alfredo”

I casi studio in Italia

DALLA RIVISTA 50&PIÙ  –  ottobre  2026  

L’addio (o la svolta) dell’imprenditore senior una scelta che cambia la vita e il quartiere
Un’indagine di Format Research, Fondazione 50&Più ETS e Fondazione Giuseppe Orlando ETS rivela che per il 65% dei senior il ritiro non è un addio ma una transizione. E quando una serranda si abbassa si incrina la rete sociale ed economica di un territorio

Ci sono passaggi che, visti da fuori, sembrano semplici: ridurre le ore in negozio, lasciare la gestione a un figlio, vendere l’attività, abbassare la serranda. Per chi ha costruito un’impresa per decenni, però, questi gesti non riguardano soltanto il lavoro. Dentro ci sono reddito e patrimonio, ma anche relazioni, competenze, reputazione e una parte dell’identità personale. E c’è un aspetto meno evidente: quando cambia la presenza di un imprenditore, cambia anche il pezzo di territorio a cui quell’impresa appartiene.

È da qui che parte l’indagine realizzata da Format Research con Fondazione 50&Più ETS e Fondazione Giuseppe Orlando ETS su 500 imprenditori e imprenditrici dai 55 anni in su. La ricerca, dal titolo Il valore dell’esperienza civile ed economica degli imprenditori senior, mostra percorsi diversi: c’è chi continua, chi riduce gradualmente il proprio impegno, chi trasferisce l’impresa e chi la chiude. La fase senior appare così meno come una data di scadenza e più come un tempo di trasformazione.

Un passaggio che può durare anni >
Il 45,2% degli intervistati è ancora pienamente attivo nella gestione e un altro 16,8% sta progressivamente riducendo il proprio ruolo. Il 3,2% mantiene la proprietà senza più svolgere un’attività operativa. Tra chi ha già lasciato, il 6,6% ha trasferito l’impresa a familiari, il 7,0% a soggetti esterni, mentre il 21,2% ha chiuso definitivamente. L’uscita dall’impresa non coincide necessariamente con un giorno preciso: per molti il distacco è graduale, fatto di responsabilità che cambiano e decisioni che passano ad altri. Tra attivi e proprietari non operativi, il 76,7% ha già deciso come muoversi nei prossimi cinque anni. Il 34,0% pensa di continuare come oggi, il 14,8% di ridurre il proprio coinvolgimento, il 16,4% di passare la gestione a un familiare; altri prevedono di vendere o chiudere. La maturità imprenditoriale non coincide quindi automaticamente con il ritiro: per molti significa ripensare il proprio posto nell’impresa.

Lasciare la gestione senza lasciare l’esperienza >
Quasi due imprenditori attivi su tre, il 65,9%, sarebbero disponibili a rimanere coinvolti anche dopo l’uscita dal ruolo operativo, offrendo un supporto senza occuparsi della gestione quotidiana. È un dato importante perché un’impresa, soprattutto quando è cresciuta intorno al titolare, non è fatta soltanto di procedure. Una parte del suo funzionamento vive nella memoria di chi la guida: conoscenza dei clienti, rapporti con fornitori e collaboratori, sapere pratico accumulato in anni di decisioni. Quando il senior si fa da parte, la questione non è soltanto chi assume il comando, ma che cosa accade a questo patrimonio. Il ruolo di supporto può allora rappresentare una terza via tra il restare al comando e l’uscire completamente: una presenza meno operativa, che consente di trasformare l’esperienza anziché interromperla di colpo.

Uscire non è sempre traumatico Ma non è neutrale per tutti >
Tra gli imprenditori non più attivi, il 58,9% non ha sperimentato difficoltà o impatti negativi dopo la cessione, la chiusura o il disimpegno. Per il restante 41,1%, però, il cambiamento ha avuto conseguenze concrete. Tra quelle più citate compaiono la riduzione del tenore di vita (37,1%), il disagio psicologico (28,2%) e la perdita significativa di reddito (23,0%). Il dato invita a evitare due semplificazioni. Lasciare l’impresa non significa necessariamente fragilità, ma non è sempre un passaggio indolore. Per alcuni si apre una nuova fase senza particolari contraccolpi; per altri vengono toccati insieme reddito, ruolo sociale, abitudini e percezione di sé. La transizione riguarda quindi anche la costruzione di un nuovo equilibrio personale.

Quando chiude un’attività cambia anche il luogo intorno >
A questo punto la ricerca cambia scala: dalla persona passa al territorio. Il 78,8% degli imprenditori ed ex imprenditori senior afferma di aver percepito negli ultimi anni una riduzione evidente di negozi, botteghe, pubblici esercizi e altre attività di prossimità. Tra chi è ancora attivo, il 53,2% descrive questa riduzione come molto evidente. Non è soltanto una questione di serrande abbassate. Il 71,4% associa la riduzione delle attività all’aumento dei locali sfitti e del degrado urbano, il 68,8% a una minore vivibilità di centri e quartieri, il 65,1% all’indebolimento delle relazioni sociali e del senso di comunità. La stessa quota vede una perdita di valore economico e commerciale delle aree interessate.

Il negozio di prossimità come infrastruttura sociale >
C’è poi una dimensione meno visibile, ma vicina alla vita quotidiana. Il 60,2% considera il negozio di vicinato un luogo di scambio di informazioni e mutuo aiuto; per il 56,8% è un presidio di sicurezza durante la giornata; per il 54,6% è anche un punto di ascolto e contrasto alla solitudine degli anziani. Un intervistato su due gli riconosce inoltre una funzione di orientamento ai servizi del quartiere. Sono funzioni difficili da contabilizzare, ma concrete: informazione, mutuo aiuto, ascolto, presenza quotidiana. Non compaiono nei bilanci, ma contribuiscono alla vita di una strada. L’attività di prossimità è anche una piccola infrastruttura sociale: quando scompare, si indebolisce una rete di relazioni.

Nessuna nostalgia facile >
Gli imprenditori senior non attribuiscono la desertificazione a un’unica causa. Al primo posto indicano i costi di gestione troppo elevati (41,5%), seguiti dalla concorrenza della grande distribuzione, delle catene e dei discount (37,2%) e dalla crescita degli acquisti online (34,0%). Pesano anche la burocrazia e la complessità degli adempimenti, i costi dei locali e il cambiamento degli stili di consumo. Ne emerge un quadro più concreto della contrapposizione tra “vecchio” e “nuovo”. Le attività di prossimità sono al centro di pressioni economiche, competitive e organizzative che si sommano tra loro. Per questo la continuità non può ridursi al desiderio di conservare tutto com’era.

La vera continuità è trasformare non trattenere >
È questo il filo che unisce le due metà della ricerca. Da una parte c’è l’imprenditore senior che deve decidere quanto restare, come lasciare e che cosa trasmettere. Dall’altra c’è il territorio, che cambia quando le attività si riducono e con esse relazioni, servizi informali e presìdi quotidiani. Continuità non significa impedire il cambiamento. Significa evitare che il cambiamento disperda ciò che è stato costruito. Per l’impresa vuol dire non perdere competenze e relazioni quando il titolare si fa da parte. Per la persona, trovare un ruolo nuovo senza cancellare il valore dell’esperienza. Per il territorio, non lasciare che la chiusura di un’attività produca soltanto vuoto. Il vero passaggio, forse, non consiste semplicemente nel consegnare le chiavi. Consiste nel fare in modo che ciò che quelle chiavi hanno aperto per anni - un’impresa, una rete di rapporti, un pezzo di comunità - possa continuare, in forme nuove, a essere utile.

Nota metodologica >
La ricerca Il valore dell’esperienza civile ed economica degli imprenditori senior è basata su un campione sperimentale e ragionato di 500 imprenditori e imprenditrici senior, includendo sia persone ancora in attività sia ex imprenditori, di 55 anni e oltre, appartenenti ai settori del commercio, del turismo e dei servizi. L’indagine è stata effettuata da Format Research attraverso un questionario strutturato somministrato con metodologia mista CATI/CAWI nei mesi di luglio e agosto 2026.

di Pierluigi Ascani - presidente Format Research
Articolo tratto dalla rivista 50&Più, nr. 11, ottobre 2026
© 2026 50&Più tutti i diritti riservati
Di padre in figlio la storia di un passaggio generazionale riuscito
L’esperienza degli agenti di commercio baresi Rocco Angelo e Andrea Stano mostra come il ricambio al vertice in azienda diventi un’opportunità per rinnovarsi senza perdere l’eredità di famiglia

Preparazione e condivisione: sono questi gli ingredienti principali di un passaggio generazionale che tenga insieme la costruzione di continuità con l’espressione dell’individualità e la realizzazione identitaria. La staffetta professionale tra padre e figlio è molto più del mero trasferimento di un’eredità statica. Il patrimonio esperienziale trasmesso tra le due generazioni può rimanere vivo e “spendibile” solo se chi lo ha ricevuto, contestualmente, porta avanti anche un percorso di definizione del sé. Perché è da qui che si produce la linfa che infonde nuove energie al bagaglio genitoriale, preservandone e ri-attualizzandone il nucleo. L’importanza ed efficacia di un flusso bidirezionale tra generazioni sono rappresentate in modo emblematico dai percorsi di Rocco Angelo Stano e Andrea Stano. Padre e figlio, agenti di commercio baresi operanti nei settori dell’arredo e dell’illuminazione, e ancora psicologo e cultore di poesia il primo, giornalista e stand-up comedian il secondo.

Le loro esperienze - che s’intrecciano in alcuni punti ma che mantengono due direzioni distinte - smentiscono molti luoghi comuni che affiorano quasi automaticamente nel dibattito pubblico, quando si parla di passaggio generazionale. Nell’immaginario collettivo, infatti, è radicata l’idea che sia il padre, ovvero il senior, a scegliere la staffetta, imponendo al figlio un destino professionale identico al suo, come lo stampino metallico imprime la forma sull’impasto fresco; l’altra faccia della medaglia, in questa visione preconcetta, è che il figlio viva tutto questo con la scomodità di un vestito troppo stretto, e che quindi non perda occasione per ribellarsi e rigettare anche animosamente tutto ciò che proviene dal genitore.

La storia e le vicende professionali di Rocco Angelo Stano e di Andrea Stano raccontano altro. Ci parlano di un padre che avrebbe desiderato per i figli una dimensione più stabile, scandita da alcuni punti fermi (ad esempio, stipendio fisso, orario prestabilito), magari nel settore pubblico, in virtù della propria esperienza di lavoratore autonomo a partita IVA, e di quella pregressa del genitore e del nonno. E di un figlio che riconosce il contributo esperienziale datogli dal padre, che non si sente “arrivato”, e che coltiva un dialogo costante con lui, senza per questo rinunciare alla propria, personale, impronta nelle scelte che fa.

Non mancano comunque suggestive coincidenze e parallelismi nei loro percorsi: entrambi, infatti, hanno iniziato a lavorare come agenti di commercio a 35 anni circa. La differenza sostanziale risiede però nel modo in cui l’ingresso si è compiuto: Rocco Angelo non era stato formato né preparato dal padre, per Andrea, invece, il primo approccio avviene accompagnando il padre dai clienti, condividendo i momenti ludici e conviviali che con questi si creavano, e usufruendo di una visione a 360 gradi del settore della rappresentanza. A scegliere in tal senso, per due ordini di motivazioni, è Rocco Angelo: non vuole che il figlio abbia un impatto professionalmente traumatico, anzi vuole dimostrargli che il lavoro di agente di commercio può essere anche divertente, ed è consapevole che solo una panoramica sufficientemente ampia potrà aiutarlo a costruire la propria identità. «Non volevo che Andrea diventasse una copia di me», così, nel periodo di affiancamento (circa un anno e mezzo), gli dà modo di vedere all’opera anche altri agenti operanti in ambiti diversi (moda, bagno).

La scelta di intraprendere la carriera di agente di commercio, dopo un primo periodo di vita lavorativa dedicata al giornalismo, parte da Andrea, circa quattro anni fa. «In quel momento mi stavo guardando intorno professionalmente, avendo preso coscienza del fatto che il settore della comunicazione presentava degli aspetti di criticità. Mi si è presentata l’opportunità di entrare in questo settore, e sarebbe stato un peccato non coglierla, considerando che mio padre di lì a qualche anno avrebbe maturato i requisiti per andare in pensione, e così sarebbe andato perso un pacchetto di clienti di tutto rispetto».

Quando inizia il periodo di affiancamento, Rocco Angelo ha circa 65 anni, Andrea è un over 30 che ha lavorato nel giornalismo ma non è completamente estraneo al commercio e alla rappresentanza. Non solo perché, come racconta, in virtù della sua storia famigliare, è cresciuto tra «aziende e cataloghi», ma anche perché in precedenza ha accompagnato per diversi anni il padre al Salone del Mobile di Milano. Un’esperienza, questa, molto impegnativa oltre che stimolante, che nel 2026, per la prima volta, ha affrontato da solo, segno di una staffetta ormai collaudata. Rocco Angelo, infatti, è andato in pensione a 67 anni circa due anni fa, continua a lavorare con partita IVA, ma oggi, potendo contare sulle competenze e l’esperienza maturate da Andrea - che due anni fa ha aperto la propria partita IVA - ha ritmi più “morbidi” e sostenibili: spesso resta in ufficio a lavorare, e lo accompagna dai clienti, generalmente, una volta al mese. Ed è proprio quest’ultimo l’aspetto da cui padre e figlio si sentono accomunati: la consapevolezza dell’importanza di essere presenti sul territorio per mantenere una comunicazione sempre fluida e rapida con le aziende. «Entrambi sappiamo che è necessario essere attivi. La cosa non è scontata, soprattutto in un periodo come questo, visto il prezzo del carburante. Però per noi è qualcosa di naturale», spiega Andrea.

Chi li ascolta, rintraccia un ulteriore punto di contatto e continuità. Sia Rocco Angelo che Andrea sono coscienti non solo dell’importanza della costruzione identitaria, ma anche del fatto che questa richieda un tempo di elaborazione sufficientemente ampio: Rocco Angelo, nel suo caso, lo ha quantificato in dieci anni, per Andrea i lavori sono invece «in corso», soprattutto per quanto riguarda il problem solving, rispetto al quale, ancora oggi, si confronta spesso con il padre e talvolta gli chiede supporto. Quest’ultimo ritiene però che la difficoltà nel fronteggiare situazioni potenzialmente problematiche sia una componente strutturale della generazione di Andrea. La transizione non si esaurisce, però, in un «cantiere» che comporta un lavoro lungo e complesso, particolarmente sfidante per chi raccoglie il testimone: tra senior e junior, infatti, si muove un flusso di esperienze e competenze che arricchiscono le due identità, attraverso la reciproca, virtuosa, contaminazione. Così, mentre Andrea attinge alla precisione ed alla chiarezza espressiva di Rocco Angelo, integrandole nel proprio, personale stile, quest’ultimo realizza che «l’insospettabile» WhatsApp, per comunicare con i clienti, può essere un alleato più affidabile e veloce della posta elettronica. Perché un passaggio generazionale può dirsi riuscito solo se nessuno resta «a mani vuote» ed entrambi continuano a costruire il proprio cammino.

di Francesca Garrisi
Articolo tratto dalla rivista 50&Più, nr. 11, ottobre 2026
© 2026 50&Più tutti i diritti riservati
L’ultimo edicolante di Lipari: la passione su quattro ruote contro il caro affitti
«Fermarsi non significa arrendersi, ma custodire la memoria e la dignità di un lavoro che ha già dato tutto ciò che poteva dare»

Quella di Domenico, ottantenne resistente del Sud, non è solo la storia di un’edicola che chiude, ma la dimostrazione di come la passione per l’informazione e l’amore per la propria comunità possano trovare una strada, anche su quattro ruote.

Di buon mattino a Lipari, l’atmosfera è straordinaria: «Oggi - dice pensando a tutto il lavoro da fare - è una giornata frenetica: stanno arrivando i giornali e devo andare a prenderli. Le chiamate arrivano da ogni parte d’Italia e devo dire che faccio fatica a rispondere a tutti». Giornalisti, emittenti e cittadini desiderano raccontare o testimoniare la storia di Domenico Belletti (in foto), 80 anni, e del suo ormai celebre furgoncino rosso. Dopo quasi un secolo di attività della storica edicola di famiglia - fondata nel 1928 dal nonno Filippo in via Garibaldi e poi diventata un punto di riferimento sul corso Vittorio Emanuele - i costi d’affitto ormai insostenibili (3.000 euro al mese) ne hanno imposto la chiusura. Ma l’uomo, anziché arrendersi lasciando le Eolie prive dell’unica roccaforte di carta stampata, ha scelto la via della resistenza culturale: caricare giornali, riviste e libri su un furgoncino e portarli direttamente alle persone. «Non potevo più permettermi l’affitto, ma voglio assicurare il servizio alla comunità», sintetizza Domenico.

Il suo gesto è diventato un simbolo di presidio sociale e di dedizione al lettore. Nonostante il forte affetto e la solidarietà manifestati da tutta Italia, resta aperta la questione di un sostegno concreto da parte delle istituzioni per tutelare un servizio essenziale per l’intera comunità isolana, anche se il figlio, Davide, crede che sia il momento di dire addio a un ciclo: «Vedere un uomo di 81 anni sfidare il caldo e la fatica alla guida di un furgone, pur di non spegnere la passione di una vita, muove un profondo senso di gratitudine e rispetto. Dietro a quell’edicola c’è il romanzo di un’intera esistenza, fatta di albe, sacrifici e dedizione verso una comunità che forse non sempre ne ha colto il valore immenso. Oggi però non è più il tempo del dovere a ogni costo: la tutela della sua salute e l’abbraccio dei suoi cari devono venire prima di tutto. Fermarsi non significa arrendersi, ma custodire la memoria e la dignità di un lavoro che ha già dato tutto ciò che poteva dare».

di Claudia Benassai
Articolo tratto dalla rivista 50&Più, nr. 11, ottobre 2026
© 2026 50&Più tutti i diritti riservati
Metamorfosi delle città quando la chiusura di un negozio cambia l’anima di una strada
L’XI Rapporto Confcommercio scatta la fotografia di un’Italia urbana in rapida trasformazione Tra la ritirata dei servizi essenziali e la monocultura dell’accoglienza, la sfida oggi è trasformare le serrande abbassate in nuovi spazi di comunità

In testa c’è Agrigento, che guida la classifica con un arretramento del 37,5% delle proprie attività di vicinato. C’è poi Ancona, che segna una contrazione del 35,9%. Segue a ruota Belluno con un -35,8%, tallonata da Pesaro e Vercelli, appaiate a quota -34,9%. Scorrendo l’elenco dei centri urbani più colpiti troviamo Trieste (-34,1%), Alessandria (-33,7%), Savona (-33,5%), Ascoli Piceno (-33,4%) e Gorizia (-33,3%).

La graduatoria elaborata dall’Ufficio Studi di Confcommercio nell’XI Rapporto Città e demografia d’impresa, ribalta molti stereotipi: nei primi dieci comuni col maggiore calo, sei appartengono al laborioso Nord. All’estremo opposto, dove l’erosione si è rivelata più contenuta, svettano invece numerose realtà del Sud: Crotone limita le perdite a un -1,8%, Olbia contiene il saldo a -10,1%, mentre Cagliari (-14,4%), Iglesias (-15,3%) e Vibo Valentia (-16,5%) mostrano una tenuta superiore alla media nazionale, con il Sud che occupa la metà delle dieci posizioni più “resilienti”. Non va meglio per grandi città come Firenze (-21,9%), Reggio Calabria (-23%), Bologna (-26,3%), Genova (27,8%). Sono stati 122 i comuni medio-grandi analizzati (esclusi Roma, Milano e Napoli), distinguendo tra centri storici e periferie: un perimetro che ha coperto 13,4 milioni di residenti (il 22,8% della popolazione italiana) e circa il 24% dell’intero tessuto nazionale delle imprese del commercio al dettaglio, dell’alloggio e della ristorazione. I dati rivelano un’emorragia commerciale: tra il 2012 e il 2025 l’Italia ha visto evaporare oltre 156mila attività tra punti vendita al dettaglio in sede fissa e su aree pubbliche. Più di una saracinesca su quattro non si è rialzata: -23,4% la sede fissa, -29,2% gli ambulanti, ci dice il Rapporto. In sintesi: se tredici anni fa potevamo contare su 11 negozi ogni mille residenti, oggi sono 8. Cresce, invece, il comparto “alloggio e ristorazione”: +5,9% su base nazionale, pari a +18,8mila imprese che sono passate dalle 318,1mila del 2012 alle 336,9mila del 2025.

Sono numeri che smontano la teoria del cosiddetto “effetto plafond”, ovvero l’illusione teorica secondo cui, toccata una soglia minima, il numero di esercizi non possa scendere ancora, garantendo maggiore redditività ai superstiti. I dati dimostrano il contrario: la chiusura delle attività innesca un domino commerciale. Quando i negozi spariscono, le strade perdono sicurezza, decoro e attrattività; i residenti tendono a trasferirsi o a rivolgersi altrove, la domanda locale collassa e nuove saracinesche finiscono per abbassarsi.

C’è un altro aspetto preoccupante: alcuni mesi fa l’estrapolazione tendenziale di Confcommercio (che aveva preso il trend osservato nel passato recente e lo aveva prolungato matematicamente nel futuro) ipotizzava al 2035 un tasso di decadimento del 2,2% annuo, con altre 114mila sparizioni previste. Il dato reale registrato, invece, nel 2025 viaggia già al -3,1%. Risultato: la desertificazione non rallenta, semmai accelera, cambiando la fisionomia delle città. A pagare il tributo più pesante sono categorie storiche: le edicole sono più che dimezzate (-52,7%), i distributori di carburante crollano del 43,6%, l’abbigliamento e le calzature perdono il 35,6% dei negozi, mentre il settore mobili e ferramenta (-28,3%) e quello libri e giocattoli (-28,5%) arretrano in modo marcato. Nessuno sembra salvarsi: persino il commercio alimentare cala del 9,3% su scala nazionale e del 17,6% nei centri storici.

Di contro, si espandono i canali distributivi alternativi e la monocultura dell’accoglienza rapida. Le vendite al dettaglio online hanno registrato un incremento del 187%, una tendenza confermata dal numero più che raddoppiato di imprese attive nell’e-commerce e vendita a distanza (+105,5%). Tra i formati “fisici” crescono a ritmo sostenuto solo i discount (+70,5%). È proprio l’incremento di questi due settori - discount e online - che sta erodendo le quote di mercato dei negozi di vicinato, accentuando la desertificazione commerciale.

I centri storici, intanto, vivono una profonda mutazione: mentre gli alberghi tradizionali arretrano (-9,2%), le strutture extra-alberghiere (affitti brevi, B&B) segnano un +184,4%. Una metamorfosi accompagnata dal conseguente aumento di ristoranti (+35%), rosticcerie, gelaterie e pasticcerie (+14,4%), che sta trasformando i quartieri in distretti ad uso e consumo esclusivo del visitatore temporaneo. Un impoverimento commerciale a cui si affianca una ritirata dei servizi essenziali: esiste una correlazione diretta - dice il Rapporto Confcommercio - tra taglio dei negozi e chiusura degli sportelli bancari sul territorio, segnale di una ritirata congiunta dei presidi di prossimità. Visto che il commercio fisico agisce sullo sviluppo urbano, genera insostituibili aspetti positivi di vivibilità, è presidio contro il degrado, Confcommercio ha avviato il progetto “Cities” con cui ha aperto un confronto e una cooperazione con le amministrazioni locali, promuovendo strategie di rigenerazione urbana. Un laboratorio che punta ad arginare la desertificazione e a difendere il valore sociale dell’economia di prossimità, sostenendo il modello della “città dei 15 minuti”. Per trasformare questo paradigma in interventi concreti, il progetto introduce una stretta alleanza pubblico-privata tra municipi, operatori economici e urbanisti, imperniata sul modello dei “patti locali”: intese tra amministrazioni, associazioni di categoria e proprietari immobiliari volte a definire canoni di locazione calmierati, rendendo così accessibili i locali sfitti a nuove imprese o a negozi in difficoltà e restituendo luce a vie altrimenti destinate al declino. La sfida, avvertono da Confcommercio, non si vince con la nostalgia, ma governando le transizioni: sostenendo gli investimenti tecnologici delle micro e piccole imprese affinché integrino negozio fisico e canali digitali, e gestendo in modo ragionevole i flussi turistici per evitare la monocultura espulsiva.

Diventa cruciale allora accelerare l’approvazione parlamentare della proposta di legge A.C. 362 sulle zone del commercio nei centri storici (“Istituzione e disciplina delle zone del commercio nei centri storici”): una cornice normativa nazionale che - attraverso specifici regimi autorizzativi a tutela delle tradizioni locali, intese di rigenerazione e un Fondo da 300 milioni di euro l’anno per tre anni - potrà finalmente riconoscere e salvaguardare il negozio sotto casa per ciò che realmente rappresenta: l’infrastruttura primaria che tiene in vita la comunità.

di Valerio Maria Urru
Articolo tratto dalla rivista 50&Più, nr. 11, ottobre 2026
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Polifunzionalità e incentivi fiscali La ricetta degli imprenditori per salvare il commercio di prossimità
Negozi multiservizi per riaprire le vetrine sfitte meno tasse e burocrazia per non chiudere dall’indagine tra gli imprenditori emerge la mappa delle priorità per proteggere la rete commerciale dal rischio desertificazione

Per contrastare la desertificazione commerciale e restituire vita ai locali sfitti, la priorità assoluta per i commercianti è la polifunzionalità. I negozi multiservizi guidano nettamente la classifica, indicati dal 56,8% degli intervistati come il modello più promettente «Perché - spiegano gli imprenditori - in un quartiere residenziale dove le serrande abbassate si moltiplicano, un’attività che unisce la vendita al dettaglio a servizi essenziali come il ritiro di pacchi, la stampa di documenti o piccoli sportelli amministrativi diventa un punto di riferimento insostituibile». La combinazione di commercio e supporto al cittadino viene vista non solo come una comodità, ma come una formula sostenibile per far quadrare i conti dei piccoli esercenti.

Al secondo posto si affermano gli spazi intergenerazionali, scelti dal 41,9% del campione. Quest’idea raccoglie un forte entusiasmo soprattutto tra i più giovani e la popolazione anziana, desiderosi di ridare valore ai saperi locali. Un maestro artigiano in pensione ha spiegato il valore di questi contesti: «Vedere un locale abbandonato trasformarsi in un laboratorio dove noi senior possiamo insegnare l’ebanisteria o la sartoria ai ragazzi è una doppia vittoria. Si tramanda il mestiere e si offre ai giovani un’opportunità di co-working e apprendimento, trasformando il vuoto urbano in valore sociale». Un quarto degli intervistati, pari al 25,5%, ripone invece la propria fiducia nei temporary shop sociali.

Questo modello flessibile riscuote successo per la sua capacità di dinamizzare le vie cittadine attraverso una rotazione continua di eventi culturali, mostre d’arte, mercatini a chilometro zero ed esposizioni temporanee. «I negozi temporanei spezzano la monotonia delle vetrine buie - dichiara una studentessa universitaria -. Attirano flussi continui di persone diverse e permettono a piccole realtà locali o startup sociali di farsi conoscere senza dover sostenere affitti insostenibili a lungo termine». Infine, un 9,0% delle risposte si divide tra altre soluzioni altamente personalizzate. In altre parole, i locali vuoti non devono essere semplicemente riempiti, ma riorganizzati attorno ai bisogni reali della comunità, puntando su integrazione, scambio tra generazioni e flessibilità.

Dalla voce diretta degli imprenditori del commercio e del piccolo artigianato emerge una diagnosi chiara: per fermare la desertificazione commerciale serve prima di tutto ossigeno finanziario e operativo. Non sorprende che gli incentivi fiscali o contributivi per chi mantiene o apre un’attività nei territori più fragili siano l’intervento indicato come prioritario dalla maggioranza assoluta degli intervistati (55,7%). «Sotto una certa soglia di margine o nei borghi in spopolamento, la pressione fiscale attuale soffoca le piccole realtà - spiega il titolare di un negozio di vicinato -. Un’agevolazione sui contributi o sulle tasse locali per chi sceglie di restare sul territorio non è un privilegio, ma l’unico modo per garantire la sopravvivenza economica della vetrina sotto casa». Al secondo posto nelle richieste degli imprenditori figura la semplificazione burocratica per apertura, subentro o trasferimento d’impresa (46,8%). Quasi un commerciante su due sottolinea come il groviglio di permessi, autorizzazioni e norme sovrapposte scoraggi chiunque voglia avviare un’attività. «I tempi della burocrazia sono incompatibili con quelli del mercato - osserva un giovane imprenditore -, alleggerire le procedure al momento del subentro significa far riaprire una serranda in poche settimane anziché in molti mesi».

Strettamente legato al tema dei costi fissi è il sostegno per affitti, canoni o recupero dei locali sfitti (39,8%). Molti intervistati segnalano come la rendita immobiliare rappresenti uno dei principali ostacoli all’avvio o al mantenimento dell’attività, auspicando contributi mirati o accordi sui canoni di locazione. Mentre l’accesso al credito viene considerato decisivo dal 22,0% del campione, emergono anche leve strategiche a medio-lungo termine: il 16,1% sollecita programmi di ricambio generazionale e affiancamento tra senior e giovani, fondamentali per non disperdere competenze storiche, e il 14,5% sottolinea l’importanza di politiche per la residenza stabile nei centri urbani, ricordando che senza abitanti non c’è commercio.

Infine, completano il quadro degli interventi auspicati le misure per l’attrazione e l’efficienza: il miglioramento di accessibilità, trasporti e arredo urbano (13,0%), l’organizzazione di eventi e iniziative culturali (13,2%), gli incentivi alla digitalizzazione (11,1%) e i servizi condivisi tra piccoli operatori (10,2%). Il messaggio finale della categoria è univoco: la prossimità non si salva con interventi spot, ma affiancando alla riduzione del carico fiscale una drastica riduzione dei vincoli burocratici e dei costi immobiliari.

di Anna Grazia Concilio
Articolo tratto dalla rivista 50&Più, nr. 11, ottobre 2026
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